CUBIArte, Andrea De Simeis


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Articolo de' quiSalento, settembre 2010 di Cinzia Dilauro

Diario

La magia dell'"artieri della carta" tra tronfi crociati e arabi leggiadri

C’è stato un tempo in cui gli artisti avevano una sorta di “leonardesca poliedricità” e la manualità era compagna di arte e talento. Ce n’è stato un altro in cui la carta era così pregiata, e chissà, i pensieri così profondi, che si scriveva con estrema parsimonia, sfruttando ogni spazio possibile.
Nel laboratorio di Andrea De Simeis, cartaio, anzi, “artieri della carta”, in via Otranto a Martano, il tempo sembra non essere mai scivolato via ma piuttosto accomodatosi con tutto il suo carico più aulico.
Qui, accartocciare un foglio per centrare il cestino sarebbe come sparare in un luogo sacro. Andrea ha trent’anni, tra le mani un fare antico come i suoi modi cortesi e quell’aspetto un po’ sparviero a cui sembra mancare solo un’impavida impresa. Ma lui quell’impresa ce l’ha, eccome, e non è affatto facile.
La carta, i fogli che Andrea crea secondo una tecnica del VII secolo, suscitano carezze, regalano al tatto una sensazione nuova eppure remota e perfino il rumore che producono, sordo, ha un che di più naturale, come vivo. La chimica è rimasta fuori dalla porta, cedendo il passo a piante, frutti, fiori e persino ortaggi, arretrando così tanto, che finanche la colla scende lenta dai buchi di un colapasta pieno della mucillagine della pala di fico d’India ed è a ph neutro.

La ricerca di Andrea De Simeis di un supporto che restituisse bene la sua idea semiotica inizia tre anni fa; da allora le piante più neglette dei campi o meglio, “frugali”, come le definisce lui stesso, non sono state più guardate allo stesso modo. Erano le caratteristiche del kozo che Andrea cercava, la pianta originale da cui nacque, e nasce ancora oggi, la carta in Giappone, la stessa i cui segreti sono custoditi da maestri considerati in questo paese vero e proprio patrimonio nazionale. “Si può tranquillamente affermare”, spiega Andrea, “che è al kozo che l’umanità deve il sapere di oggi. Purtroppo però”, continua, “la carta scadente e la chimica di tutto ciò che è stato stampato dal secolo scorso ad oggi, fanno sì che i libri abbiano poca vita”.


Ecco perché per lui “produrre carta significa conservare la storia”, e dalle sue mani nasce qualcosa destinato a durare nel tempo, a sfidare i secoli con l’insito vigore della natura, non piegata alla volontà dell’uomo bensì complice in una creazione che, per una volta, non le si ritorcerà contro.
Ma “l’artieri” della carta non lotta contro i mulini a vento, la sua missione è quella di dimostrare che produrre carta che duri, in gran quantità e in maniera ecosostenibile, non solo è possibile ma anche conveniente. Ed è questo lo scopo del suo prossimo lavoro: il “taccuino mediterraneo”, per cui il verbo “sfogliare” equivarrà un po’ a “passeggiare” in un campo tra grano e alberi di fico carichi di frutti maturi, dall’odore forte e smanceroso amplificato dalla delirante litania delle cicale.
Nel laboratorio le stanze si susseguono fresche sotto le volte a stella fino all’abbacinante piccolo giardino dove l’accoglienza si mescola alle stesse fibre di Andrea e della sua Francesca. Sotto il pergolato di uva, intorno alla tavola apparecchiata con la tovaglia fatta “allu tilaru”, accompagnati dalla bottiglia del vino della cantina duca Guarini, cinta anch’essa dell’arte di Andrea con una pregiata etichetta di carta di fico che riporta un particolare dell’albero della vita del mosaico di Otranto, le storie emergono e fluiscono, arrivano fino in Marocco dove Andrea e Francesca si sono persi tra le strade dei tintori di pelle e ne sono tornati con la valigia carica di terra.
Intanto, nel grande caminetto su per la scaletta in giardino, accanto alla pignatta dove un tenace polpo ha ingaggiato la sua personale battaglia con la cottura, nonostante l’arma segreta di nonna Carmela della “pampina” di uva che dovrebbe renderlo tenero come burro, ribollono anche le pignatte dei colori. Come l’inchiostro nero medioevale, il vermiglione che regala la barbabietola, il verde delle foglie di fico e quello quasi metallico del carciofo.
Fino al Melaion, il più antico di tutti, fatto con le bacche di sambuco, e all’emozionante Indigo dall’indigofera, l’isatis tinctoria con cui i berberi tingono i propri turbanti ma che qui non degniamo di uno sguardo ai bordi delle strade. E poi la terra rossa della vicina cava di bauxite abbandonata, a sud di Otranto, una risorsa infinita per il nostro cartaio. I colori profumano, hanno un odore che si può tirare forte con il naso perché è naturale, anche la carta, ovviamente solo qui, profuma, e se tanto mi dà tanto, ha ragione Andrea quando dice che “un giorno potremmo diventare librofagi”.

Il polpo non si arrende alla pignatta e nell’attesa si immergono le mani nella cellulosa. Fare la carta è un’esperienza quasi primigenia, anche se oggi è come un gioco per bimbi. Andrea tiene molto a far provare ai suoi ospiti questa esperienza e ha già pronte due bacinelle rispettivamente piene di blu e verde che si stagliano al sole del piccolo orto. Il cascio in miniatura (niente a che vedere con quello più grande che si immerge nell’altrettanto capiente tino), fatto di legno e rete metallica, trattiene la poltiglia colorata, poi, come una frittata, ma non necessariamente con la stessa destrezza, si ribalta sul tnt (tessuto non tessuto), con una grossa spugna si toglie l’acqua in eccesso e, mollette alla mano, ecco quello che sembra il bucato steso al sole di una massaia un po’ folle.
I quadrati celesti ondeggiano all’afa del primo meriggio, con questo caldo inclemente la carta asciugherà presto e il colore prenderà via via le tonalità dell’oggi placido Adriatico a pochi chilometri. Si potrebbe ancora passarli sotto la pressa, ma va bene così, già adesso mettono soggezione, è come se la loro genesi imponesse rispetto, pretendesse padronanza della tecnica o, quantomeno, valore alle parole. Ma l’artieri non vuole che sia così, tutt’altro. “Toccate tutto”, ha detto quando con timore si indicavano con l’indice le cose che incuriosivano. Perché se c’è una cosa che Andrea ha imparato da nonno Gino, quasi novant’anni, entusiasmo da ragazzo quando c’è da fare la carta “seriamente” e anch’egli stimato artieri muratore, è il lapalissiano assunto che muove il suo stesso fare: “Una cosa è bella se funziona”.
La sua ricerca affonda le radici e in qualche modo deriva proprio dal coriaceo pragmatismo dei nonni e, naturalmente, nell’incedere armonioso della natura: affinché i frutti maturino, il fico sia pronto, la barbabietola diventi accondiscendente, il mallo di noce conciliante e il carciofo più affabile. “Mettere le mani nel proprio passato aiuta a comprendere se stessi”, dice, e tra le fibre di questa carta, guardandola in controluce, si scorge una sorta di moto confusionario. Tra di esse, c’è da esserne certi, si celano i racconti di nonna Carmela sul lettone, nella penombra dei pomeriggi estivi, quando con uno stecchino tra i denti, ingegnoso effetto speciale per alterare la voce, tingeva anche lei di fascino e mistero i pomeriggi di Andrea, popolandoli di “tignusi”, “scazzamureddhi” e “nannuorchi”. Sarà forse da questi “cunti” un po’ torvi che Andrea avrà preso ispirazione per il ciclo di incisioni su “La battaglia di Hattin”? Proprio quella che travolge chi entra nella sua bottega, nata dopo una meticolosa ricerca storica in grado di sfatare la disumanità di Saladino che inferse sì una sonora sconfitta ai crociati in Terra Santa, ma rispettò prigionieri e luoghi sacri arrivando a cospargere con acqua di rose il Santo Sepolcro e a porvi di guardia due soldati affinché lo proteggessero da saccheggi e profanazioni. È così che l’arte di Andrea affidata alla sua stessa mirabile carta, restituisce dignità al condottiero arabo.
Ci si può perdere per sempre nel furore di questi soldati eppure, nonostante le anatomie in tensione nell’impeto della battaglia, i volti rapiti dalla foga in espressioni arcigne, i turcopoli contorti in un tutt’uno col proprio cavallo, lontano dai nemici passati a fil di spada, tra la solitudine di cavalieri rampanti, in carica o appiedati in pesanti armature, a tratti, la linea dei corpi e le posture riportano inevitabilmente alla mente “chisciottesche” atmosfere. È come se una sottile ironia pervadesse l’assurdità della guerra, la stessa che Andrea imprime con i sigilli in metallo sulle sue opere celando sarcastici messaggi. Si intravedono così grotteschi figuri, strampalati personaggi che si muovono sullo sfondo di seppur epiche battaglie. Che i crociati non se ne abbiano a male, ma le bardature dei loro soldati fanno sì che risultino tronfi più che valorosi, al contrario delle stoffe leggere e dei cappelli esotici dei loro mefistofelici ma più leggiadri nemici.
Osservando le incisioni di Andrea, viene naturale immaginarselo in quella mattina del 4 luglio del 1187, appollaiato su una delle due colline dei Corni di Hattin nel regno di Gerusalemme, luogo dalla visuale perfetta, immune da lance, dardi e sciabole, impegnato a riportare la cronaca di quei fatti in tutta la loro travolgente potenza sulla carta che, questa sì, vincerà la sua battaglia contro il tempo, un po’ come il polpo e la pignata.





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