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Il paradiso di cartapesta - Vittorio Bodini
La cartapesta è figlia della noia leccese. Basta solo vedere dov'è nata: nelle botteghe dei barbieri. Bisognerebbe studiarla più a fondo questa enigmatica figura del barbiere mediterraneo. Si dice “Figaro” e si crede di avere liquidato l'argomento, ma il pettegolezzo, l'intrigo ruffianesco non sono che l'aspetto più volgare della sua singolare stregoneria. Tutta la noia provinciale esalata da barbe e capelli, noia di notabili clero e popolo, e anche l'arida pazzia allignatavi dentro come un pidocchio, si fanno nella sua bottega entusiasmo enciclopedico. Il salone diventa sala chirurgica o d'armi, atelier d'artista, laboratorio cosmetico, redazione di un effimero giornale parlato, liceo di mandolino e chitarra, e sulla porta l'insegna a caratteri esotici è un'allusione alle magie d'Oriente.
A Lecce il più glorioso capitolo scritto dai barbieri è la cartapesta, che a principio del passato secolo cominciò a trattare un tal maestro Pietro detto de li Cristi, dai crocefissi che modellava mirabilmente fra un contropelo e l'altro. Suo contemporaneo e collega, il Castellucci iniziava invece la tradizione dei pupi, le figurine in terracotta per i presepi, che è l'ultima prerogativa conservata ancora fino qualche anno fa dai barbieri locali, insieme con le lezioni di chitarra. La bellezza dei suoi pastori fu per lungo tempo proverbiale, sicché si vede come non andasse nulla perduto della quotidiana lezione delle teste accarezzate e palpate, di nasi e guance spiati fin dalla prima apparizione d'un foruncolo. Un terzo barbiere legherà alla cartapesta il suo nome e una più complessa esperienza: De Lucrezio, maestro di ballo e scherma della nobiltà leccese. Ma la serie di barbieri cartapestai era stata intanto interrotta da un intruso a cui ben presto convenne far posto con rispetto. Il giovane Maccagni studiava medicina a Napoli, abbandonò gli studi e per non essere da meno dei propri concittadini non cessò mai di prendersi in giro per essersi scelto un'arte da barbiere. Fu forse il primo a pensare in grande, facendo santi e madonne o interi gruppi in grandezza naturale, ed è da allora che le processioni hanno a Lecce quel piglio sbrigativo e svagato, reso possibile dal poco peso delle statue, sicché pare d'assistere a un passaggio di bersaglieri.
Nonostante lo scarso pregio della materia, questi uomini erano degli autentici artisti, e magari era la stessa viltà della materia a stimolare il oro amor proprio. La gesticolante anima dei leccesi vi si esprime in un realismo gentilmente nervoso, in cui l fuoco dei sentimenti investe tutt'assieme la figura dal tallone ai capelli, senza negare i suoi diritti a un'affidabile naturalezza e persino al sottile aroma dell'ironia, e la pittura gareggia con le morbide pieghe delle vesti, dando alle epidermidi la misteriosa luce della pelle umana. (...)
Ai tempi di quei barbieri memorabili, le cui opere perfette erano disputate da alti prelati e regine, l'esecuzione d'una statua poteva durare anche un anno. Dipendeva dall'estro, credo anche dallo studio di ogni personaggio sacro per fissarne l'episodio l'episodio e l'attegiamento che lo tratteggiassero meglio. Oggi i più scrupolosi impiegano un mese, gli altri da quindici a venti giorni, e così si spiegano le espressioni già fisate convenzionalmente, le estasi leziose, le membra e vesti divenute rigide e pesanti, e soprattutto dei colorini che dovrebbero far fremere nelle loro tombe i maestri barbieri. C'è ancora qualcuno che lavora benino, qualche vecchio discepolo di Manzo o di De Lucrezio, ma in generale la maggior parte del lavoro esce da bottegucce senza nome, dove s'accettano commissioni per qualsiasi prezzo pur di lavorare. Ho visto in una di queste un Don Bosco con in fronte quattro rughe che parevano galloni di capostazione, e una mano sulla spalla di un giovinetto uscito fresco fresco dalle pagine di Collodi. Così neanche la cartapesta ha resistito alla crisi del tempo: la gente che non vuol spendere, l'impossibilità del disinteresse e il costo della vita che fa anche della noia un paradiso proibito.
D'altra parte, benché i suoi prodotti fossero già pervenuti alla perfezione, può darsi che essa non si fosse affatto, per così dire, le ossa nella tradizione. Il successo le venne troppo presto, con migliaia di ordinazioni da ogni parte del mondo. Si vedevano sulla stazione di Lecce santi e madonne prendere il treno diretti al Brasile, agli Stati Uniti o alle missioni in Cina. Partivano per la Francia vagoni di Giovanne D'arco coperte di rutilanti armature. In quel tempo il cavaliere Guacci, che fu il principale responsabile di quell'affrettata industrializzazione, girava per la città con una carrozzella scoperta, vestito d'un fracchetto grigio, e con in mano un fascio di lettere dai più lontani paesi, che scorreva come se gli fossero arrivate tutte in giornata e non avesse fatto a tempo a leggerle. Ma ormai nelle botteghe lavora gente che non aveva mai guardato bene un viso d'uomo. Per sapere com'è fatto il volto d'un uomo, quanto sarebbe stato preferibile che avessero fatto prima i barbieri!
Finché verso il 1930 Papini lanciò l'anatema contro la cartapesta leccese, imputandole niente meno che la decadenza della scultura sacra. Gli statuari si videro diminuire le commissioni, che in massima parte provengono da chiese e conventi, e vi fu chi tra le critiche a non finire si mise a fabbricare bambole. Poi l'articolo di Papini venne dimenticato, e la crisi superata. Un altro attacco è venuto invece qualche mese fa: l'arcivescovo di Otranto ha accusato i cartapestai di usare carta scomunicata per le poltiglie con cui si impastano i piccoli Bambini Gesù: Avanti!, Unità e carte da gioco. C'era rischio, se la cosa avesse preso piede, di veder trasformati in quinte colonne i Divini Pargoletti benedicenti dal grembo delle Vergini.
(tratto da: Barocco del Sud ; Vittorio Bodini a cura di Antonio Lucio Giannone; Besa editrice, Nardò)
Il barbiere, Nahuel Bossanostra,
flickr.com