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Le spezie, che idea - Jack Turner
1 Maggio 2010 (tratto da: Spzie, storia di una tentazione ; Jack Turner; Araba Fenice, Boves; Cuneo 2006)
Un giorno, alla scuola elementare Aldgate, dopo i dinosauri e le piramidi, studiammo l'età delle scoperte. L'insegnante tirò fuori un' enorme cartina illustrata, e ci mostrò i grandi archi tracciati in giro per il globo da Colombo e dagli altri pionieri che navigavano su galeoni come grosse tinozze in giro per mari dove i narvali se la spassavano, le balene sbuffavano e paffuti cherubini soffiavano dall'alto di nuvole di ovatta. Sotto un cielo solcato da voli di pappagalli, briosi gentiluomini corazzati conducevano trattative sulle spiagge delle terre appena scoperte, domandando ai nativi se volessero convertirsi alla cristianità, e se per caso avessero delle spezie.
In nessuna delle due domande cogliemmo un barlume di ragionevolezza: eravamo un'accozzaglia di ragazzini di dieci anni, pagani e mangiatori di pizza. Quanto alle spezie, l'insegnante spiegò che nel Medio Evo gli europei erano afflitti da un'alimentazione davvero pessima, e che ci volevano enormi quantità di pepe, zenzero e cannella per mascherare il gusto della carne salata, vecchia e marcescente - perché era di roba del genere che si strafocavano nel Medio Evo. E chi eravamo, noi, per obiettare? Non faceva una grinza, specialmente rispetto al contenuto generalmente imbarazzante della storia che si insegna ai ragazzini, popolata da norvegesi congelati mentre trainavano le loro slitte verso il Polo Sud, esploratori morti di sete mentre erravano in cerca di mari e fiumi inesistenti, cavalieri che partivano crociati per strappare il Santo Sepolcro agli infedeli - dal punto di vista di un ragazzino, tutta roba che suonava stranamente perversa: passatempi inutili. Gli esploratori che avevano scoperto nuove terre erano vagamente più comprensibili, più umani: la cucina della mensa a scuola faceva schifo, ma quel che mangiavano loro era così orrendo che per trovare un pò di ristoro se n'erano andati a veleggiare in capo al mondo. Per un ragazzino australiano di dieci anni, ciò era non solo plausibile, ma più che mai pertinente: dunque era per questo che eravamo stati colonizzati dagli inglesi.
Nell'angusta prospettiva dei miei dieci anni, c'era una qualche verità, benché radicalmente semplificata. Era vero che i primi inglesi in Asia cercavano le spezie, così come gli spagnoli che li avevano preceduti (mentre l'Australia, priva di spezie, venne lasciata per ultima). Il gusto delle spezie era un catalizzatore di scoperte e, per estensione - per mutuare un'espressione abusata dallo storico di grido - il gusto, e le spezie, avevano contribuito a ridisegnare il mondo. Non è poi così esagerato dire che i possedimenti asiatici di Portogallo, Inghilterra e Olanda sono nati dalla fame di cannella, chiodi di garofano, pepe, noce moscata e macis; e qualcosa di analogo si può dire delle Americhe. L'appetito per le spezie stimolò una straordinaria, ineguagliata profusione di energie, sia agli albori del mondo moderno, sia secoli, addirittura millenni, prima. In nome delle spezie si costruirono e si persero dei patrimoni; si formarono e disfecero imperi; si scoprì persino un nuovo mondo. Per migliaia di anni, la fame di spezie fece girare il mondo e, nel processo, lo trasformò.
Eppure, per quanto cattiva potesse essere l'alimentazione dell'epoca, a uno sguardo moderno potrebbe apparire un mistero il fatto che le spezie abbiano esercitato una così potente attrazione: valeva davvero la pena di darsi tanto da fare per un pò di condimenti esotici? In un'epoca che riserva le proprie energie commerciali in beni scarsamente poetici quali armi, petrolio, minerali grezzi, turismo e droghe, il fatto che si dispiegassero così tante energie nella ricerca di una cosa così curiosamente insignificante come le spezie ci deve colpire, sì: ma con una mistificazione tesa a disorientarci.
Un certo Cristoforo Colombo, di Genova, propose ai sovrani cattolici Ferdinando e Isabella di scoprire le isole che toccavano le indie, navigando dall'estremità occidentale d questo paese. Domandò navi, e tutto quanto fosse necessario alla navigazione, promettendo non solo di propagare la religione cristiana, ma anche di riportare senza fallo perle, spezie ed oro oltre qualunque altra cosa mai immaginata.
Pietro Martire d'Anghiera, De Orbe Novo, 1530
(in foto: Hermann Nitsch, Blutwasser, s.d.Tecnica mista su tela,131 x 102,5 cmBolzano, Museion Collezione Paolo Della Grazie)