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Tallone, i librai dal passato "Così vestiamo le parole"
1 Luglio 2011 (tratto da Gente di provincia 26 ; articolo di Valter Giuliano; 23 luglio 2010)
Nel momento in cui l'iPad entra prepotentemente sulla scena, parlare di libri composti e legati a mano, stampati su torchi di due secoli fa, sembra un'eresia, un affronto al futuro.
Eppure la casa editrice di Alpignano non è un tempio del luddismo o del conservatorismo a oltranza della tradizione. Il suo atelier tipografico è il più antico d'Europa ancora in attività e la casa editrice fu fondata da Alberto Tallone nel 1938 e nel 1957 trasportata ad Alpignano, sui terreni di proprietà materna, nella nuova sede progettata dall'architetto Albertini. Inaugurata il 15 ottobre 1960 da Luigi Einaudi è meta continua di artisti, letterati e poeti, tra cui Pablo Neruda, legato ai Tallone da profonda amicizia.
Quando si entra in questo laboratorio di arte tipografica - officina modello, in cui Alberto trasferì il materiale della stamperia parigina, tra cui il carattere di ispirazione romana da lui disegnato, realizzato dopo anni di studio ispirandosi a Palladio (così lo avrebbe voluto chiamare) e inciso su punzoni di acciaio da Charles Malin nel 1949, a Parigi, e fuso dalla Maison Radiguer - non si può fare a meno di riflettere sul fatto che, mentre alcuni supporti moderni già incontrano difficoltà per essere letti, la carta e la stampa tipografica sopravvivono da secoli trasferendo, di generazione in generazione, le conoscenze dell'umanità.
La vedova Bianca prima e poi il figlio Enrico con la moglie Rosa, ora con l'ausilio dei tre figli, hanno raccolto il testimone.
"Il nostro è il lavoro di uno scultore che toglie - spiega Enrico - per lasciare solo le parole nella loro essenza. Vestiamo le parole dei poeti, dei letterati. Non stampiamo soltanto. Ciò che esce dalla nostra azienda è un vestito d'autore confezionato su misura, ben diverso dal prêt-à-porter: un prodotto artigianale di alta qualità, non un usa e getta".
La stampa avviene attraverso macchine della prima e soprattutto seconda industrializzazione - queste ultime usate dall'industria tipografica fino a non molti anni fa - di cui alcune provenienti dall'alta tradizione tipografica di Torino, considerata per questo motivo la "piccola Lipsia". E per la composizione a mano sono stati scelti caratteri classici, senza tempo, che come tali sono adatti alla contemporaneità e da proiettare nel futuro.
Dalla struttura augustea e dal gotico, al romano minuscolo e al corsivo, perfezionati e introdotti da Aldo Manuzio alla fine del Quattrocento, tutto si riassume in questo straordinario percorso che non è solo tipografico ma soprattutto culturale.
Dieci generazioni di arte tipografica si sono susseguite nella conduzione dello storico laboratorio, prima a Digione, poi Châtenay-Malabry e Parigi e ora ad Alpignano.
"Noi siamo l'innovazione di frontiera, che si nutre dell'insieme di tecnologie che si sono susseguite. L'innovazione non è solo adeguarsi alle ultime novità".
La tipografia è un insieme di tecniche, dall'estetica della singola pagina alla grafica capace di trasmettere un dire silenzioso, sino al comunicare che passa attraverso la voglia di prendere un libro tra le mani ammaliati dalla forza espressiva che trasmette. Non a caso, la composizione a mano è stata scelta da Alberto Tallone, perchè la più vicina per forza espressiva alla calligrafia. Avere tra le mani un volume di Tallone significa avere il privilegio di vivere tutto questo.
Sono 540 i titoli che ha stampato nei varti caratteri - acquisiti in tutta Europa, così come gli inchiostri (1 chilo consumato in un anno, "i migliori che sono stati prodotti nel '900, molto più caldi e profondi degli attuali") e le cartte fatte produrre col PH neutro, di puro cotone, per durare nel tempo ("piccole cartiere: Sicilia, Amalfi, Pescia... Di straordinaria luminosità") -, tra cui emergono vere e proprie eccellenze, tirature già consegnate alla storia.
"La tipografia è l'ancella della letteratura - commenta Enrico - e continuiamo ad impegnarci a fondo, anche se per comporre un libro ci vogliono almeno sei mesi".
L'officina produce tre-quattro titoli l'anno (con punte di sei-sette) e si avvale di un parco collaboratori d sei sette persone. Le tirature variano dalle due (stampate per le lettere confidenziali di due innamorati) alle 2000 copie.
Mai un libro uguale all'altro. Ognuno studiato su misura. Ognuno una sfida. Vedere, per credere, la Divina Commedia del Giubileo in formato 32°. La modernità dell'essenza dei Tallone sta in questo: nell'innovazione della classicità. Tutt'altro che il folclore che, a volte, si tenda ad attribuire a chi continua a perseguire una via di qualità per il futuro di tutti noi.
(in foto Tipografia Commercio di Alberto Buttazzo - Lecce)
Le spezie, che idea - Jack Turner
1 Maggio 2010 (tratto da: Spzie, storia di una tentazione ; Jack Turner; Araba Fenice, Boves; Cuneo 2006)
Un giorno, alla scuola elementare Aldgate, dopo i dinosauri e le piramidi, studiammo l'età delle scoperte. L'insegnante tirò fuori un' enorme cartina illustrata, e ci mostrò i grandi archi tracciati in giro per il globo da Colombo e dagli altri pionieri che navigavano su galeoni come grosse tinozze in giro per mari dove i narvali se la spassavano, le balene sbuffavano e paffuti cherubini soffiavano dall'alto di nuvole di ovatta. Sotto un cielo solcato da voli di pappagalli, briosi gentiluomini corazzati conducevano trattative sulle spiagge delle terre appena scoperte, domandando ai nativi se volessero convertirsi alla cristianità, e se per caso avessero delle spezie.
In nessuna delle due domande cogliemmo un barlume di ragionevolezza: eravamo un'accozzaglia di ragazzini di dieci anni, pagani e mangiatori di pizza. Quanto alle spezie, l'insegnante spiegò che nel Medio Evo gli europei erano afflitti da un'alimentazione davvero pessima, e che ci volevano enormi quantità di pepe, zenzero e cannella per mascherare il gusto della carne salata, vecchia e marcescente - perché era di roba del genere che si strafocavano nel Medio Evo. E chi eravamo, noi, per obiettare? Non faceva una grinza, specialmente rispetto al contenuto generalmente imbarazzante della storia che si insegna ai ragazzini, popolata da norvegesi congelati mentre trainavano le loro slitte verso il Polo Sud, esploratori morti di sete mentre erravano in cerca di mari e fiumi inesistenti, cavalieri che partivano crociati per strappare il Santo Sepolcro agli infedeli - dal punto di vista di un ragazzino, tutta roba che suonava stranamente perversa: passatempi inutili. Gli esploratori che avevano scoperto nuove terre erano vagamente più comprensibili, più umani: la cucina della mensa a scuola faceva schifo, ma quel che mangiavano loro era così orrendo che per trovare un pò di ristoro se n'erano andati a veleggiare in capo al mondo. Per un ragazzino australiano di dieci anni, ciò era non solo plausibile, ma più che mai pertinente: dunque era per questo che eravamo stati colonizzati dagli inglesi.
Nell'angusta prospettiva dei miei dieci anni, c'era una qualche verità, benché radicalmente semplificata. Era vero che i primi inglesi in Asia cercavano le spezie, così come gli spagnoli che li avevano preceduti (mentre l'Australia, priva di spezie, venne lasciata per ultima). Il gusto delle spezie era un catalizzatore di scoperte e, per estensione - per mutuare un'espressione abusata dallo storico di grido - il gusto, e le spezie, avevano contribuito a ridisegnare il mondo. Non è poi così esagerato dire che i possedimenti asiatici di Portogallo, Inghilterra e Olanda sono nati dalla fame di cannella, chiodi di garofano, pepe, noce moscata e macis; e qualcosa di analogo si può dire delle Americhe. L'appetito per le spezie stimolò una straordinaria, ineguagliata profusione di energie, sia agli albori del mondo moderno, sia secoli, addirittura millenni, prima. In nome delle spezie si costruirono e si persero dei patrimoni; si formarono e disfecero imperi; si scoprì persino un nuovo mondo. Per migliaia di anni, la fame di spezie fece girare il mondo e, nel processo, lo trasformò.
Eppure, per quanto cattiva potesse essere l'alimentazione dell'epoca, a uno sguardo moderno potrebbe apparire un mistero il fatto che le spezie abbiano esercitato una così potente attrazione: valeva davvero la pena di darsi tanto da fare per un pò di condimenti esotici? In un'epoca che riserva le proprie energie commerciali in beni scarsamente poetici quali armi, petrolio, minerali grezzi, turismo e droghe, il fatto che si dispiegassero così tante energie nella ricerca di una cosa così curiosamente insignificante come le spezie ci deve colpire, sì: ma con una mistificazione tesa a disorientarci.
Un certo Cristoforo Colombo, di Genova, propose ai sovrani cattolici Ferdinando e Isabella di scoprire le isole che toccavano le indie, navigando dall'estremità occidentale d questo paese. Domandò navi, e tutto quanto fosse necessario alla navigazione, promettendo non solo di propagare la religione cristiana, ma anche di riportare senza fallo perle, spezie ed oro oltre qualunque altra cosa mai immaginata.
Pietro Martire d'Anghiera, De Orbe Novo, 1530
(in foto: Hermann Nitsch, Blutwasser, s.d.Tecnica mista su tela,131 x 102,5 cmBolzano, Museion Collezione Paolo Della Grazie)
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