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L'Arte di Tacere dell'Abate Dinouart

1 Aprile 2010 (tratto da: L'arte di tacere ; AAVV, sul testo originale dell'abate Dinouart; Sallerio editore; Palermo 2007)

Il primo grado della saggezza è sapere tacere; il secondo è saper parlare poco e moderarsi nel discorso; il terzo è saper parlare molto, senza parlare né male né troppo.

Il silenzio deve quindi farsi spirituale: e spirituale è quel silenzio che si lascia vedere quando percepiamo nel viso di una persona che tace quell'aria aperta e gradevole, vivace dalla quale traspaiono, senza l'aiuto delle parole i sentimenti che si vogliono conoscere.
La regola del silenzio è chiara: non bisogna mai chiudersi all'altro. Il viso taciturno si adatta solo agli spiriti malinconici. L'aria distesa e amabile raccomandata dai precetti del silenzio, è l'impronta lasciata sul viso di ognuno dai paradossi di una società civile, in cui si rafforzano contemporaneamente il controllo sociale e l'autonomia dell'individuo, allorché essa è concepita come luogo di dialogo, di scambio e di espressione. Allora bisogna saper tacere e sapersi esprimere contemporaneamente, nello stesso tempo e nello stesso luogo. E per questo studiosi di retorica e teorici del linguaggio, fanno del silenzio un'"arte del buon tacere" e le attribuiscono principi e regole, proprio come a un'arte delle buona parola. Un'arte ma anche una virtù. Scrive Bouhours:

Tutta la vita civile ruota intorno al segreto, e così come i semplici cittadini non possono essere buoni amici né gentiluomini se non sanno conservare il silenzio, i personaggi pubblici non possono assolvere le loro funzioni se non sono padroni della loro lingua.

Una società che parla è una società che tace, ma non deve essere una società del mistero. Chi raccomanda il silenzio condanna, d'altra parte, coloro che amano eccessivamente il segreto: coloro, cioè, oltre a non dire ciò che deve essere taciuto, tacciono ciò che deve essere detto. L'arte di conservare il silenzio è davvero complessa. Ci sono cose da tacere, altre da dire. Non basta contentarsi di tenere la lingua a freno.
Esistono persone che che non parlano affatto, ma per poco che le si osservi, ci si accorge che muoiono dalla voglia di dire qualcosa. Esistono persone riservate che lasciano apparire sul volto tutto ciò che hanno nel cuore.
La società civile è una società di silenzio e di linguaggio, di segreto e di dialogo; di ipocrisia e di franchezza, di ritegno e di scambio. Una società di ritiro in se stessi e di preoccupazione dell'altro, di riserbo e compassione, chiusa in sé e insieme aperta, stato instabile, equilibrio precario. Bouhours ha saputo condensare quest'insieme di paradossi in una formula: in società "bisogna tenere la bocca chiusa e il viso aperto". Si comprendono, allora, in modo più preciso gli effetti delle trasformazioni della società civile sul soggetto: corpo e linguaggio sono sottoposti a una tale costrizione che silenzio e parole possono inscriversi nella natura armoniosa dell'espressione e partecipare così alle molteplici esigenze del gioco sociale: alternativamente o simultaneamente palrare e tacere, con la bocca e con il viso.
Si comprende così come queste arti del silenzio che accompagnano la tradizione dei trattati di buone maniere possano sfociare in classificazioni sul modo di tacere della lingua, che siano anche modi di parlare con il viso: una laicizzazione, una generalizzazione, un indebolimento progressivo dei modelli religiosi della gestualità.

Per lo studio delle scienze e per gli esercizi del corpo esistono le regole. La Repubblica Letteraria è piena di "arti di pensare", "arti dell'eloquenza", introduzioni alla geografia e alla geometria, eccetera. Perchè allora non insegnare anche l'Arte di tacere, arte così importante, e tuttavia poco conosciuta? Proverò, dunque, a spiegarne i principi e la pratica. Non comincerò questa mia opera enumerandone i vantaggi, perchè sono già abbastanza conosciuti; mi limiterò, in questa introduzione, ad alcune osservazioni necessarie per la lettura dell'opera...

(in foto: L'arte è finita smettiamo tutti insieme, Guttuso anche.(Giuseppe Chiari, 1983) Stampa tipografica su carta 70 x 100 cm; collezione privata)



Il Gioco serio dell'Arte
di Massimiliano Finazzer Flory

1 Marzo 2010 (tratto da: La memoria e la visione ; AAVV, a cura di Massimiliano Finazzer Flory; BUR saggi; Milano 2010)

Il Gioco serio dell'Arte è uno stare di fronte e attraverso l'opera d'arte. Soprattutto attraverso. Questa è la posizione preferita per chi vuole pensare. Del resto, l'arte ha bisogno da sempre di questo spazio. E questo spazio non è soltanto fisico. Riguarda qualcosa che ha a che fare con dimensioni non del tutto sondabili eppure significative. Di più necessarie. Questo spazio è rappresentato dall'interrogazione, dalla domanda nutrita dalla memoria. E dall'immaginazione.

E forse il significato dell'arte è un divenire qualcos'altro, dove questo altro ri-guarda la nostra esistenza. Dove il mistero è il movente, e l'imparare a vedere la nostra destinazione. Così, Il
Gioco serio abbraccia l'opera d'arte, senza soffocarla in un'unica disciplina, al contrario alzando la posta in palio della nostra conoscenza con un approccio interdisciplinare.
Perché
Il Gioco serio è per tutti un progetto, qualcosa che (si) getta in avanti (e al di là) in vista di un ri-invio di saperi che percepiamo necessari e naufraghi.

Un progetto su cui si intravede un orizzonte di senso che lascia tuttavia alla nostra ricerca quella sana e suggestiva precarietà che sa di non sapere e che trasforma questi limiti in un punto di forza.
Contro l'autoreferenzialità parassitaria e narcisistica di un certo modo di fare cultura.
Del resto, non si può ridurre la pittura alla sua immagine. Quest'ultima è solo la cifra di un risultato a noi ignoto. Ma, è pur vero, non si può parlare d'arte senza rappresentarla.

Nel caso del
Gioco serio l'immagine diviene la sua declinazione insieme al suo desiderio di essere altro e altrove rispetto a dove è.
L'immagine diventa immaginazione. Ma quest'ultima sarebbe impossibile senza memoria, senza un atto che rimanda a un'esperienza di un vissuto interiore in grado di orientarci e risvegliare la nostra creatività.
Il Gioco serio è, inoltre, un approccio alla vita intesa come arte da vivere, nella quale vita medesima si incarica di dare sbocco a un'inedita dimensione dello spazio e del tempo, conservando, però quell'inquietudine di cui - sia ben chiaro - non intendiamo né possiamo fare a meno. Ed è in questa direzione che la metafora 'dello scompiglio' di levinasiana memoria, secondo cui "l'insolito si lascia comprendere nell'apparente ingerenza dell'Altro con l'Identico", bene si presta per definire lo statuto ontologico del Gioco serio e il suo atteggiamento interpretativo.

Si tratta in altri termini, di ripensare al rapporto fra tradizione e futuro, ricordando il monito di Friedrich Nietzsche: "Ciò che contraddistingue le menti veramente originali non è l'essere i primi a vedere qualcosa di nuovo, ma il vedere come nuovo ciò che è vecchio, conosciuto da sempre, visto e trascurato da tutti".

Ed è nello stesso spirito che questa nuova edizione de Il
Gioco serio dell'Arte pone in rapporto arti e artisti di epoche diverse, connette antiche percezioni e nuove emozioni, pronuncia un discorso per invitare a riflettere e rappresenta la nostra con-temporaneità.
Non si può, dunque, che muovere da alcune domande fondanti che ruotano attorno a temi salienti quali il corpo e i cambiamenti nella sua lettura, il ruolo del
pop, la figura dello spettatore e la sua crescente interazione con le opere artistiche.

Il Gioco serio dell'Arte, perciò, si rinnova, e con questa pubblicazione, che raccoglie i dialoghi nella stagione 2008-2009 dell'omonima rassegna, svoltasi nelle splendide sale di Palazzo Barberini in Roma, intende offrirsi a un più largo numero di lettori.

(in foto: Dinamismo di una serata futurista; Francesco Cangiullo,Filippo Tommaso Marinetti, 1914 - Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto)



Regali di fantasia di Bruno Munari

1 Febbraio 2010 (tratto da: Arte come mestiere di Bruno Munari; Laterza Editori; Bari 2009)

«Tu che hai sempre tante idee, suggeriscimi qualche regalo da fare a Natale, diverso dalle solite cose, dai soliti regali che si trovano nei soliti negozi». Che cosa potevo fare? Innanzitutto rendermi conto di come sono fatte queste cose che la nostra amica definisce «solite cose». Sono andato in giro per i negozi di regali fantasia a vedere cosa c'era. Vedo in un negozio uno stivale di ottone, misura 52 (circa); ne vorrei un paio, dico. Ne abbiamo solo uno, signore. Ma come si fa? Ma non è uno stivale da usare come stivale, è un portaombrelli, dice sorridendomi come si fa ai matti. io resto tutto confuso per la gaffe e, quasi inciampando in un gatto di marmo decorato a fiori, che fa da fermeporte, esco dal negozio. Ormai ho imparato.
Prima di allontanarmi dal negozio il mio sguardo incontra una padella di rame appesa al muro, non come padella naturalmente, ha le lancette di un orologio e anche i numeri. Allora è un orologio. Un orologio a forma di padella sarà per la cucina. infatti. Come sarà un orologio per gabinetto?
L'aria è fresca e le vetrine illuminatissime brillano e illuminano la strada. Ecco un paio di spazzole a forma di gatto, tenute assieme da una calamita sul fianco. Un portacenere a forma di mano femminile, un ferro da stiro di ceramica decorato a nontiscordardimé, di quelli a carbonella, per mettere i cioccolatini; una assicella per tagliare il salame, a forma di porco. Un cavatappi a forma di coda di porco con relativo porco-manico di ottone. Un vasetto per bambini a forma di anatroccolo (pare che al bambino piaccia molto fare la sua deliziosa cacchina sugli anatroccoli). Un lampadario a forma di mazzo di fiori, una lampadina a forma di grappolo d'uva (per l'autunno?). Una pipa a forma di scarpa, a forma di testa di toro, a forma di rivoltella, a forma di turco, a forma di... Un salvadanaio a forma di pera, di mela, di scarpa. Una bottiglia a forma di architettura, una villa a forma di bottiglia. Un portacenere a forma di casetta col camino dal quale esce il fumo della sigaretta posata dentro la porta d'ingresso a pianterreno.
Un portaritratti a forma di orologio da tasca, forbici a forma di fenicottero, una saliera a forma di carriola, un cucchiaino a forma di badile. Un piatto per il pesce a forma di pesce, un piatto per lo zampone a forma di zampone, un piatto per la crema di pomodoro a forma di crema. Un martello a forma di pesce, un pesce a forma di martello, una formaggiera a forma di gallina un secchiello thermos per il ghiaccio a forma di foot-ball.
Un piatto per la frutta a forma di foglia, una vecchia culla di legno, ad uso portariviste.
Non sono certo oggetti progettati da designer, i designer non hanno una così fervida fantasia, si limitano a fare un candeliere a forma di candeliere. Invece guardate qui: un antico fucile da appendere al muro come attaccapanni e cioè con tanti gancetti saldati sulla canna. Oppure una enorme chiave con i soliti gancetti da appendere al muro come portachiavi. Un accendino a forma di rivoltella, una rivoltella a forma di accendino. Un ombrello a forma di pagoda, una lampada da tavolo fatta con un clarinetto (o con una tromba) e il paralume fatto con carta da musica; uno può scegliere una lampada con la Traviata o una con l'Otello. Due graziose pantofole a forma di coniglietto, un bicchiere per la birra a forma di scarpa. Un cappello da alpino, di bronzo, misura ridottissima come fermacarte. Un cappello da prete come portasigarette, un cappello da vescovo come portasigari. Un tagliacarte a forma di spada, un barometro a forma di timone, un orologio a forma di timone, un tampone a forma di rullo compressore, un portasigarette di ferro battuto a forma di vecchia auto, un bar da camera a forma di cassaforte. Una carrozza di ferro a forma di frigorifero, un portacenere a forma di fioretto verticale, piantato con la punta in terra. Un libro-bottiglia, una statua-bottiglia, una testa di turco bottiglia, una bottiglia portacandele, una nave in bottiglia, addirittura un vino in bottiglia, un liquore con dentro un ramoscello di ruta. Una grossa molletta della biancheria, di mogano e ottone, come fermacarte. Un sasso di gommapiuma come fermacarte per la posta aerea. Un enorme guscio di noci come portanoci. Un enomre peocio come porta peoci, un enorme cucchiaio per portare in tavola i cucchiaini del caffè, una piccola urna cineraria, di marmo, come portacenere.
Ormai mi gira la testa, non so più se quello che vedo è quello che è, non so se mettere la cenere della sigaretta nella mano o la lampadina nella zuppiera. Cosa posso dire a questa nostra amica che mi ha chiesto un suggerimento? Se già siamo a questo punto a Natale, cosa faremo a carnevale?
Comunque io dirò: compriamo una pipa che sia una pipa, accendiamo con un fiammifero che sia un fiammifero, un candeliere che sia un candeliere, prendiamo del tabacco che sia del tabacco, mettiamolo nella pipa-pipa. Il tutto su di un vassoio che sia un vassoio, sul tavolo-tavolo vicino alla poltrona-poltrona e leggiamo un bel libro-libro.
La nostra amica si offese, prese la sua seicento carrozzata Cadillac e si allontanò nella nebbia.

(in foto: Sculpture Morte, Marcel Duchamp, 1959, Philadelphia Museum of Art)

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