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febbraio, marzo, aprile '09

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Rembrandt e il Gampi

1 Aprile 2009 ( tratto da Rembrandt and Gampi by Bruce Meade; www.hiromipaper.com)

Il vecchio solleva a fatica i piedi sui ciottoli della strada. Stringe il suo cappotto contro il vento amaro e tagliente dal Mare del Nord.

I suoi occhi sono pieni di speranza, nonostante abbia sepolto due mogli, i suoi figli, e abbia perso la sua casa per debiti.

Il suo nome è Harmensz Rembrandt van Rijin ed è alla ricerca di un foglio di carta.

Stima la carta e apprezza sensibilmente con le dita gli stracci tedeschi, francesi e la farina olandese. Sono buone carte ma sta cercando qualcosa di speciale.

Immagina un morbido lenzuolo bianco sul quale i suoi segni esplodano di luce.

Vuole ritrarre se stesso. L’immagine di un uomo consumato e vecchio, provato dal dolore, ma è ancora in grado di vivere con dignità e suprema accettazione: lascito dello spirito di un uomo.

Incide l'immagine su di un foglio di rame e stamperà una sola copia: la sua originale tecnica in puntasecca non permette multipli. In più, non ha alcun interesse di divulgare i suoi lavori in qualche edizione. Egli vuole solo fare una perfetta stampa.


Gli dice male. Nessuno dei fogli nel negozio soddisfa le sue esigenze. Fa per uscire quando scorge un nuovo bianco nella pila di fogli del gran disordine della stanza.

Rembrandt si avvicina e accarezza a pieno palmo questa carta. "Dal Giappone", spiega il mercante, e fa per indicare quegli strani timbri sull’ imballo. Se conoscessero il giapponese saprebbero che si tratta di fogli di Gampi fatti a mano in Ohmi. Il mercante olandese ha infatti appena stipulato un contratto con la Shogun di Edo, vantando di essere tra i primi ad aver ingaggiato rapporti commerciali con il Giappone. Questi fogli di Gampi vengono dalle prime rotte di Yokohama per Amsterdam.

Rembrandt osserva la carta e intuisce che accontenta grandemente le sue aspettative. Sebbene costi molto, non sembra curarsene. La povertà non lo spaventa, sa che la sua vita è breve e che ciò che conta ora è il suo lavoro.
Nella sottile luce obliqua del pomeriggio, inchiostra la sua matrice e, dopo aver bagnato il foglio di Gampi, lo distende sul torchio. La carta cattura splendidamente il segno e svela tutte le sue transizioni tonali del lavoro di Rembrandt.

Alla sua morte, il foglio farà compagnia ad altri ritratti in un fascicolo polveroso sullo scaffale di un rigattiere. Qualche anno più tardi sembra sia servito ad estinguere un debito tra un panettiere e alcuni doratori.
Trecento anni dopo, in un’asta di New York, l’incisione viene aggiudicata per un milione di dollari.


(in foto Autoritratto, Rembrandt, incisione)



I° delle Elegie Duinesi (Rilke)

1 Marzo 2009 (Da Elegie Duinesi di Rainer Maria Rilke ; Feltrinelli edizioni; Milano 2006; in foto Rainer Maria Rilke, 1904)



Lettere a un giovane poeta (
Rilke)

15 Febbraio 2009 (Da Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke ; Adelphi edizioni; Milano 1980)

Viareggio, vicino a Pisa, 23 aprile 1903

Mi avete fatto, caro ed egregio signore, grande piacere con la vostra lettera pasquale; ché diceva molte cose buone di voi e la maniera con cui parlavate della grande e cara arte di Jacobsen, mi dimostrava che non m'ingannai guidando la vostra vita e i suoi molti dibattiti a quella pienezza.
Ora vi si aprirà
Niels Lyhne, ch'è un libro di magnificenze e di profondità; quanto più sovente vi si legge, tutto vi sembra contenuto della vita, dal più sommesso profuno al pieno e grande sapore dei suoi frutti più gravi. Nulla è in esso che non sia stato compreso, afferrato, provato e riconosciuto nella tremante vibrazione della memoria; nessuna esperienza è apparsa troppo meschina, e il più piccolo avvenimento si piega come un destino, e il destino medesimo è come un vasto arazzo meraviglioso, in cui ogni filo sia condotto da una mano infinitamente delicata e accostato a un altro e retto da mille altri. Proverete la grande felicità di leggere questo libro per la prima volta, e camminerete per le sue innumerevoli sorprese come in un nuovo sogno. Ma io vi possodire che anche più tardi si percorrono questi libri sempre col medesimo stupore e nulla essi perdono della loro meravigliosa forza e nulla abbandonano della favolosità, di cui colmano il lettore la prima volta.
Solo li si gode sempre più, con sempre maggior gratitudine, e, in qualche modo, migliori e più semplici nel guardare, più profondi nella fede alla vita e nella vita più beati e grandi.
[...]
E qui subito una preghiera: leggete il meno possibile scritti di critica estetica, sono o opinioni faziose, impietrate e ormai senza senso nel loro inanimato irrigidimento, o abili giochi di aprole, in cui oggi vince questo parere e domani il contrario. Le opere d'arte sono di un'indicibile solitudine e nulla le può raggiungere poco quanto la critica. Solo l'amore le può abbraciare e tenere ed esser giusto verso di esse. Date ogni volta ragione
a voi stesso e al vostro sentimento di contro a ogni simile interpretazione, trattazione o introduzione; se doveste aver torto, la crescita naturale della vostra intima vita vi condurrà lentamente e col tempo a ravvedervi e ad altri avvisi. Lasciate ai vostri giudizi il loro proprio sviluppo indisturbato, che - come ogni progresso - deve venire dall'intimo profondo e non può essere da nulla represso o accelerato. Tutto è portare a termine e poi generare. Lasciar compiersi ogni impressione e ogni germe d'un sentimento dentro di sé, nel buio, nell'indicibile, nell'inconscio irragiungibile alla propria ragione, e attendere con profonda umiltà e pazienza l'ora del parto di una nuova chiarezza: questo solo si chiama vivere da artista: nel comprendere come nel creare.
Qui non si misura il tempo, qui non vale alcun termine e dieci anni sono nulla. Essere artisti vuol dire: non calcolare e contare; maturare come l'albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera senz'apprensione che l'estate non possa venire. Ché l'estate viene. Ma viene solo ai pazienti, che attendono e stanno come se l'eternità giacesse avanti a loro, tanto sono tranquilli e vasti e sgombri d'ogni ansia. Io l'imparo ogni giorno, l'imparo tra dolori, cui sono riconoscente:
pazienza è tutto!

La Solitudine ; Roma 23 dicembre 1903

[...] Questo solo è che abbisogna: solitudine, grande intima solitudine. Penetrare in se stessi e per ore non incontrare nessuno, - questo si deve poter raggiungere. Essere soli come s'era soli da bambini, quando gli adulti andavano attorno, impigliati in, cose che sembravano importanti e grandi, perché i grandi apparivano così affaccendati e nulla si comprendeva del loro agire.
E quando un giorno si scopre che le loro occupazioni sono miserabili, le loro professioni irrigidite e non più legate alla vita, perché non continuare come bambini a osservarle come cosa estranea, dalla profondità del proprio mondo, dalla vastità della propria solitudine, che è anche lavoro e grado e professione? Perchè voler mutare la sapiente incomprensione del bambino con la difesa e il disprezzo, poi che l'incomprensione è solitudine, ma la difesa e il disprezzo partecipazione a quello di cui ci si vuole separare con questi mezzi.
Pensate, caro signore, al mondo che portate in voi, e chiamate questo pensare come volete; sia ricordo dell apropria infanzia o desiderio del proprio futuro, - solo ponete attenzione a quello che sorge in voi, e levatelo sopra tutto quello che osservate intorno a voi. Il vostro più intimo accadere è degno di tutto il vostro amore, a esso voi dovete in qualche maniera lavorare e non perdere troppo tempo e animo a chiarire la vostra posizione di fronte agli uomini. Chi ve lo dice del resto che abbiate una posizione? Lo so, la vostra professione è dura e irta di contrasto contro di voi, e io ho previsto il vostro lamento e sapevo si sarebbe levato. Ora s'è levato, io non lo posso placare, solo posso consigliarvi di riflettere se tali non siano tutte le professioni, piene di richieste, piene d'ostilità contro il singolo, impregnate per così dire dell'odio di quelli che si sono acconciati muti e arcigni al nudo dovere. Lo stato in cui ora siete costretto a vivere, non è più duramente aggravato di convenzioni, pregiudizi ed errori che tutti gli altri stati, e se alcuni ve ne sono che ostentano una maggiore libertà, non ve n'è alcuno che si offra per sé vasto e di ampio respiro e tocchi le grandi cose, in cui consiste la vera vita. Soltanto il singolo, che è solitario, è posto sotto le profonde leggi come un cosa e, se uno esce al mattino che s'alza o guarda nella sera piena d'evento, e sente che cosa ivi accade, ogni stato allora si stacca da lui, come da un morto, benché stia fitto nel mezzo della vita.

(in foto Paula Modersohn-Becker Porträt des Rainer Maria Rilke Tempera su carta 32,3 × 25,4 cm)



Verismo e idealismo per Charles Baudelaire

1 Febbraio 2009 (Da Pagine sull'Arte di Charles Baudelaire; Fratelli Melita Editori; La Spezia 1992)

In questi ultimi tempi abbiamo senito dire in mille modi diversi: «Copiate la natura; non copiate che la natura. Non c'è gioia più grande nè trionfo più bello di un'eccellente copia della natura». E questa dottrina, nemica dell'arte, pretendeva di essere applicata non solo alla pittura, ma a tutte le arti, anche al romanzo, anche alla poesia. A questi dottrinari così soddisfatti dalla natura, un uomo di immaginazione avrebbe avuto certamente il diritto di rispondere: «Io trovo inutile e noioso rappresentare quello che è, poiché nulla di ciò che è mi soddisfa. La natura è brutta, ed io alla trivialità positiva preferisco i mostri della mia fantasia». Tuttavia sarebbe stato più filosofico domandare ai dottrinari in questione prima di tutto se son ben certi dell' esistenza della natura esteriore, o - se questa domanda fosse sembrata troppo ben fatta per rallegare la loro causticità - se sono ben sicuri di conoscere tutta la natura, tutto ciò che è contenuto nella natura. Un sì sarebbe stata la risposta più ciarlatanesca e più stravagante. Per quanto ho potuto comprendere queste singolari e avvilenti divagazioni, la dottrina voleva dire - le faccio l' onore di credere che volesse dire: «L'artista, il vero artista, il vero poeta, non deve dipingere che secondo che vede o che sente. Egli deve essere realmente fedele alla sua natura, deve evitare come la morte di prendere in prestito gli occhi ed i sentimenti di un altro uomo, per grande che sia; poiché allora le produzioni che ci darebbere sarebbero, rispetto a lui, delle menzogne e non delle realtà. Ora, se i pedanti di cui parlo (c'è della pedanteria anche nella bassezza), e che hanno dei rappresentanti dovunque, poichè questa teoria lusinga egualemnte l'impotenza e la pigrizia, non volessero che la cosa fosse intesa così, crediamo che volessero dire semplicemente: «Noi non abbiamo immaginazione e decretiamo che nessuno ne abbia».
L' immensa classe degli artisti, vale a dire degli uomini che si sono votati all'espressione dell'arte, può dividersi in due campi ben distinti: l'uno, che si chiama da sè
realista, - parola a doppio senso della quale non è ben determinato, e che noi chiameremo, per meglio caratterizzare il suo errore, positivista - dice: «Voglio rappresentare le cose come sono, o meglio come sarebbero, supponendo che io non esistessi». L'univeso senza l'uomo. E l'altro, l'immaginifico, dice: «Voglio illuminare le cose con il mio spirito e proiettarne il riflesso sugli altri spiriti». Per quanto questi due metodi assolutamente contrari possano ingrandire o impiccolire tutti i soggetti, dalla scena religiosa al più modesto paesaggio, tuttavia l'uomo di immaginazione ha dovuto generalmente darsi alla pittura religiosa ed alle produzioni di fantasia, mentre la pittura detta di genere ed il paesaggio dovevano offrire in apparenza vaste risorse agli spiriti oziosi e difficilmente eccitabili.
Oltre gli immaginifici ed i sedicenti realisti, c'è ancora una classe d'uomini, timidi e ubbidienti, che mettono tutto il loro orgoglio nell'ubbidire a un codice di falsa dignità. Mentre questi credono di rappresentare la natura e quelli vogliono dipingere la loro anima, altri si uniformano a regole di pura convenzione, del tutto arbitrarie, non tratte dall'anima umana, e semplicemente imposte all'uso di uno studio celebre. In questa categoria molto numerosa, ma così poco interessante, sono compresi i falsi amatori dell' antico, i falsi amatori dello stile, e in una parola tutti gli uomini che per loro impotenza hanno innalzato il
poncif agli onori dello stile.


Poesia e Critica
Sarebbe un avvilimento del tutto nuovo nella storia delle arti che un critico divenisse poeta, un capovolgimento di tutte le leggi psichiche, una mostruosità; al contrario tutti i grandi poeti divengono naturalmente, fatalmente critici.
Compiango i poeti che guida il solo istinto: li credo incompleti. Nella vita spirituale dei primi si produce infallibilmente una crisi, quando vogliono ragionare sulla loro arte, scoprire le leggi oscure in virtù delle quali hanno creato, e trarre da questo studio una serie di precetti, lo scopo divino dei quali è l'infallibilità nella produzion e poetica. Sarebbe prodigioso che un critico divenisse poeta, ed è impossibile che un poeta non contenga un critico. Il lettore non sarà dunque meravigliato che io consideri il poeta come il migliore di tutti i critici.[...].
Lo spirito del vero critico, come lo spirito del vero poeta, deve essere aperto a tutte le bellezze; colla stessa facilità egli deve godere della bellezza abbagliante di Cesare che trionfa e della grandezza del povero abitante dei sobborghi chino sotto lo sguardo del suo Dio.


(in foto: Joan Mirò, Genève, Musée de l'Athénée, 1961; litografia a colori 63,7 x 43,6 cm; Collezione Aldo Martone, Milano)


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