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Il paradiso di cartapesta - Vittorio Bodini
1 Agosto 2010 (tratto da: Barocco del Sud ; Vittorio Bodini a cura di Antonio Lucio Giannone; Besa editrice, Nardò)
La cartapesta è figlia della noia leccese. Basta solo vedere dov'è nata: nelle botteghe dei barbieri. Bisognerebbe studiarla più a fondo questa enigmatica figura del barbiere mediterraneo. Si dice “Figaro” e si crede di avere liquidato l'argomento, ma il pettegolezzo, l'intrigo ruffianesco non sono che l'aspetto più volgare della sua singolare stregoneria. Tutta la noia provinciale esalata da barbe e capelli, noia di notabili clero e popolo, e anche l'arida pazzia allignatavi dentro come un pidocchio, si fanno nella sua bottega entusiasmo enciclopedico. Il salone diventa sala chirurgica o d'armi, atelier d'artista, laboratorio cosmetico, redazione di un effimero giornale parlato, liceo di mandolino e chitarra, e sulla porta l'insegna a caratteri esotici è un'allusione alle magie d'Oriente.
A Lecce il più glorioso capitolo scritto dai barbieri è la cartapesta, che a principio del passato secolo cominciò a trattare un tal maestro Pietro detto de li Cristi, dai crocefissi che modellava mirabilmente fra un contropelo e l'altro. Suo contemporaneo e collega, il Castellucci iniziava invece la tradizione dei pupi, le figurine in terracotta per i presepi, che è l'ultima prerogativa conservata ancora fino qualche anno fa dai barbieri locali, insieme con le lezioni di chitarra. La bellezza dei suoi pastori fu per lungo tempo proverbiale, sicché si vede come non andasse nulla perduto della quotidiana lezione delle teste accarezzate e palpate, di nasi e guance spiati fin dalla prima apparizione d'un foruncolo. Un terzo barbiere legherà alla cartapesta il suo nome e una più complessa esperienza: De Lucrezio, maestro di ballo e scherma della nobiltà leccese. Ma la serie di barbieri cartapestai era stata intanto interrotta da un intruso a cui ben presto convenne far posto con rispetto. Il giovane Maccagni studiava medicina a Napoli, abbandonò gli studi e per non essere da meno dei propri concittadini non cessò mai di prendersi in giro per essersi scelto un'arte da barbiere. Fu forse il primo a pensare in grande, facendo santi e madonne o interi gruppi in grandezza naturale, ed è da allora che le processioni hanno a Lecce quel piglio sbrigativo e svagato, reso possibile dal poco peso delle statue, sicché pare d'assistere a un passaggio di bersaglieri.
Nonostante lo scarso pregio della materia, questi uomini erano degli autentici artisti, e magari era la stessa viltà della materia a stimolare il oro amor proprio. La gesticolante anima dei leccesi vi si esprime in un realismo gentilmente nervoso, in cui l fuoco dei sentimenti investe tutt'assieme la figura dal tallone ai capelli, senza negare i suoi diritti a un'affidabile naturalezza e persino al sottile aroma dell'ironia, e la pittura gareggia con le morbide pieghe delle vesti, dando alle epidermidi la misteriosa luce della pelle umana. (...)
Ai tempi di quei barbieri memorabili, le cui opere perfette erano disputate da alti prelati e regine, l'esecuzione d'una statua poteva durare anche un anno. Dipendeva dall'estro, credo anche dallo studio di ogni personaggio sacro per fissarne l'episodio l'episodio e l'attegiamento che lo tratteggiassero meglio. Oggi i più scrupolosi impiegano un mese, gli altri da quindici a venti giorni, e così si spiegano le espressioni già fisate convenzionalmente, le estasi leziose, le membra e vesti divenute rigide e pesanti, e soprattutto dei colorini che dovrebbero far fremere nelle loro tombe i maestri barbieri. C'è ancora qualcuno che lavora benino, qualche vecchio discepolo di Manzo o di De Lucrezio, ma in generale la maggior parte del lavoro esce da bottegucce senza nome, dove s'accettano commissioni per qualsiasi prezzo pur di lavorare. Ho visto in una di queste un Don Bosco con in fronte quattro rughe che parevano galloni di capostazione, e una mano sulla spalla di un giovinetto uscito fresco fresco dalle pagine di Collodi. Così neanche la cartapesta ha resistito alla crisi del tempo: la gente che non vuol spendere, l'impossibilità del disinteresse e il costo della vita che fa anche della noia un paradiso proibito.
D'altra parte, benché i suoi prodotti fossero già pervenuti alla perfezione, può darsi che essa non si fosse affatto, per così dire, le ossa nella tradizione. Il successo le venne troppo presto, con migliaia di ordinazioni da ogni parte del mondo. Si vedevano sulla stazione di Lecce santi e madonne prendere il treno diretti al Brasile, agli Stati Uniti o alle missioni in Cina. Partivano per la Francia vagoni di Giovanne D'arco coperte di rutilanti armature. In quel tempo il cavaliere Guacci, che fu il principale responsabile di quell'affrettata industrializzazione, girava per la città con una carrozzella scoperta, vestito d'un fracchetto grigio, e con in mano un fascio di lettere dai più lontani paesi, che scorreva come se gli fossero arrivate tutte in giornata e non avesse fatto a tempo a leggerle. Ma ormai nelle botteghe lavora gente che non aveva mai guardato bene un viso d'uomo. Per sapere com'è fatto il volto d'un uomo, quanto sarebbe stato preferibile che avessero fatto prima i barbieri!
Finché verso il 1930 Papini lanciò l'anatema contro la cartapesta leccese, imputandole niente meno che la decadenza della scultura sacra. Gli statuari si videro diminuire le commissioni, che in massima parte provengono da chiese e conventi, e vi fu chi tra le critiche a non finire si mise a fabbricare bambole. Poi l'articolo di Papini venne dimenticato, e la crisi superata. Un altro attacco è venuto invece qualche mese fa: l'arcivescovo di Otranto ha accusato i cartapestai di usare carta scomunicata per le poltiglie con cui si impastano i piccoli Bambini Gesù: Avanti!, Unità e carte da gioco. C'era rischio, se la cosa avesse preso piede, di veder trasformati in quinte colonne i Divini Pargoletti benedicenti dal grembo delle Vergini.
(in foto Il barbiere, Nahuel Bossanostra, flickr.com)
Libera nos a Malo: don Tarcisio di Luigi Meneghello
1 Settembre 2009 (tratto da: Maestri di Luigi Meneghello; Editore BUR, MIlano, 2009)
Ho riletto il diario del prete che fu mio maestro in quarta e in quinta, don Tarcisio, intitolato Malo durante il periodo della guerra, dal 1914 al 1920. Da queste modeste annotazioni emerge abbastanza vivamente, almeno per me, il paese di allora, quello dove arrivò mia madre profuga da Udine nel 1917. C'è l'atmosfera della guerra con gli scoppi e i lampi sul balcone dei monti qua attorno, e l'andare e venire dei militari, le morti al fronte, i profughi, le coltellate nelle osterie; poi i comitati d'assistenza, i necrologi, le funzioni religiose, le comunioni in folla (fino a 6.000 in un giorno). Si accenna anche al "collegio" ospitato per qualche tempo nella casa di contrà Grisa ("via Grisi") che era stata di mio nonno: era naturalmente "a servizio soltanto dei soldati". Si sente un paese molto più all'antica, molto più conscio della distinzione tra i notabili - le persone titolate, o facoltose, o istruite - e gli altri: ma in un'atmosfera che qui appare bonaria.
Il mio maestro insegnava già allora, e in teoria proprio nelle "Scuole" dov'era ora il Municipio, le nostre Cumunali, don Tarcisio prima di incominciare il dettato ci diede degli avvertimenti usando tra le altre la parola "avvezzi" che non avevamo mai udita; ma con tanto garbo che la capimmo.
Era lustro, grasso, colto, cortese; aveva capelli non più folti ma ancora scuri che pettinava e lisciava con cura. Non era un prete paesano, rappresentava tra noi una civiltà urbanizzata e modestamente raffinata. Un certo agio onesto, un amore onorevole della buona cucina, dei sigari, dei viaggi, un parlare fino ma naturale. C'è un suo diario di viaggio in Palestina, intitolato Jerusalem! e uno studio molto ben fatto sulla Madonna incinta che abbiamo in Castello. Si sentiva in lui una vena bonaria, tollerante, colta, di un cattolicesimo quietamente modernizzato.
D'estate andava ai bagni di mare sulla costa toscana; in paese alla sera andava talvolta in visita al Conte, in coppia col serafico don Antonio che faceva anche lui il maestro.
Ci insegnò tante cose; le prime che si presenteno alla memoria sono certi obiter dicta, come quello che la riproduzione sessuale è una cosa perfettamente normale in natura, e l'altro che non si trasgredisce al precetto dell'astinanza mangiando di venerdì insalatuzze con pezzetti di lardo, perchè il condimento non fa carne. Ci leggeva dei racconti, e ricordo che quando finì Dagli Appennini alle Ande aveva gli occhi gonfi. Ci leggeva inoltre le storie in dialetto di Fric Froc e Santuciarèla che ci parevano anch'esse irresistibili.
Imparavamo a mano a mano a scrivere e ance a parlare in lingua, aiutandoci coi libri stampati. "Nella casa del balilla Vittorio, di propriamente oziosi non c'era nessuno." Vuol dire che la casa era del tutto vuota: propriamente oziosi è un sinonimo fine di davvero. dava piacere provarlo nella vita ordinaria.
<Sei già stato a messa?>
<Si zia.>
<Davvero?>
<Propriamente-oziosi.>
Le zie un pò all' antica, non apprezzavano.
Io e Mino, compagni di banco, imparavamo con le braccia conserte. Facevamo anche le bolle con la saliva: Mino ne faceva di bellissime, io un pò meno. Don Tarcisio ci vide e disse: <Fate schifo>, così io smisi del tutto, e Mino ne faceva solo qualcuna di piccola, di straforo, risucchiandole rapidamente quando il maestro si voltava.
Eravamo nella fila centrale dei banchi, press'a poco a metà della della fila: era proprio come essere in mezzo alla società del paese, dietro di noi c'erano bovai cartolai falegnami, davanti pittori orfani tabacchini: tutte le condizioni sociali erano rappresentate, tutte le contrade e anche le frazioni.
L'odore dei bambini varia col ceto e la provenienza, come variano alcune abitudini e modi di vestire. L'odore delle bambine differisce da quello dei bambini; uscita la scolaresca, si potrebbe sapere se è una classe mista, e quanto.
(in foto Edouard Artzner: Pates de foie gras STRASBOURG)
Effimero percorso storico (1) di Glauco Lendaro
1 Agosto 2009 (tratto da Melaìon, di Glauco Lendaro edito da Manni editore; San Cesario di Lecce, 2004)
Nell'impartire l'educazione presso gli ebrei l'insegnantegiovane veniva definito "uva acerba", l'anziano "uva matura" o "vino vecchio". Si preferiva di solito l'uomo dal sapere profondo all'uomo dal sapere vasto, per la semplice ragione che "chi molto afferra nulla afferra". In buona sostanza allora si preferiva, in tema di specializzazione, l'insigne Maestro alla moltitudine dei mediocri.
Ancora presso questi popoli, come massima, l'insegnamento era impartito gratuitamente, una formula presente anche durante il Medio Evo. Qualche dono, qualche compenso in natura e di quanto in quanto al maestro venne riconosciuto il suo "lavoro intellettuale" e remunerato con piccole elargizioni. Un tempo forse superato.
Suggestioni, fascino, altri tempi Forse, ma resta insuperato lo spirito di chi si offriva avendone i numeri e vocazionalmente parlando.
Sempre confortato dalla storia mi spingo a trovare l'inizio delle cose. E' sempre in Palestina che compare per la prima volta il termine "accademia" (Jeshibàh) che in origine significa il seggio del Maestro, il collegio dei Dotti.
Fu solo con l'occupazione araba che nacque il "gaonato" (Gaòn) ovvero l' Eccellenza. Un termine tanto in uso, ora come allora, per distinguere la preminenza, la superiorità, il primato dalla mediocrità, grossolanità, inferiorità per le cose che eccellenti non sono.
In Babilonia gli studenti iscritti venivano spesso mantenuti dal capo dell'Accademia e a sua volta riceveva offerte volontarie per se e per la sua famiglia. Le istituzioni invece traevano i loro proventi da una imposta fissa sulla vendita della carne (erano chiamate "propine" o "polpine"). Di sicuro qualche attuale zelota deve aver letto tutto ciò per inventare quall'ipotetico provento per le nostre attuali accademie, tassando l'editoria a luci rosse... altra carne, altre "polpine".
Se è vero come è vero che queste "scuole" di pensiero cessarono di esistere verso la fine del XVIII secolo, altre, nel frattempo, sorsero con altri interessi insegnando discipline umanistiche e persino "scienze profane". GIà nel Medio Evo in Puglia ne esistevano ben tre: Bari, Otranto e Oria, frequentate da studenti provenienti dalla Turchia e dalle isole del Mediterraneo. Oggi nel numero e nei luoghi quasi si ricompone la stessa geografia, è la storia che si ripete. Il declino di queste "accademie" ebbe inizio già verso la metà del XVI secolo lasciando ampio spazio a ciò che chiameremo, sin dal tardo Medioevo, "università" e o "corporazioni" di maestri e studenti. E poi ancora "scuole" a mò di bottega, antagoniste delle università e delle associazioni di Arti e Mestieri. La diatriba e i distinguo erano iniziati.
Con la famiglia nobile dei Medici nacque una "scuola" da un deposito di "anticaglie" di lusso e "molti disegni, cartoni e modelli". Era il tempo di Lorenzo e le opere conservate erano poi quelle di Donatello, Brunelleschi, Masaccio, Uccello, Angelico e Filippino Lippi. Un "materiale didattico di tutto rispetto" trattandosi di originali.
La "scuola", come racconta Vasari, ebbe la sua prima guida nel vecchio Bertoldo di Giovanni, scultore e medaglista fiorentino e forse aiuto di Donatello. Era la fine del XV secolo e l'eletta compagine già contava un bel numero di studenti, di futuri grandi artisti. Fu necessaria questa istituzione per l'assenza sulla scena di grandi Autori celebrati e nobili, anche se a corte operavano "pittori di pregio", con le loro rispettive botteghe.
Furono tanti gli "eminentissimi" pupilli di Bertoldo e l'Accademia del Disegno (così venne denominata nel 1563) patrocinata da Cosimo I e con l'ausilio del Bronzino, unitamente a quello spirito pratico che fu il Vasari, si distinse in Europa e raggiunse il suo scopo: quello di capire e far capire il necessario dstinguo fra arte e mestiere.
Dopo qualche tempo fu ancora il Vasari a scrivere della "Scuola del Giardno" e fu proprio nella prima edizione delle "Vite" che il noto critico e pittore classificò, in modo poco lusinghiero, il "maestro" Bertoldo, primo responsabile, quale "custode o guardiano" del casino presso S. Marco. Una nota parzialità del Vasari.
A Firenze nel 1489 il quindicenne Michelangelo, che espresse il desiderio di dedicarsi al disegno era "bene spesso battuto" dal padre e dagli zii, ed è il Condivi ad aggiungere un "stranamente", volendo significare la gravità delle busse. Sempre gli stessi considerarono quella di Michelangelo una "vergognosa" attitudine. Il padre cedendo alle richieste del figlio annota così i termini contrattuali che intervennero con i maestri: "Ricordo, questo dì primo aprile, come io Lodovico di Lionardo di Buonarota acconcio Michelagnolo mio figlio con Domenico e Davit di Tommaso di Currado (Ghirlandaio) per anni tre prossimi a venire; con questi patti e modi: ch'el detto Michelagnolo debba stare con i sopradetti detto tempo e imparare a dipingere, et a fare detto essercizio, e ciò i sopradetti gli comanderanno; è detti Domenico e Davit gli debbon dare in questi tre anni fiorini 24 di suggello: el primo anno, fiorini 6; del secondo anno, fiorini 8; del terzo, fiorini 10". Poi le cose andarono diversamente e l'accordo durò solo un anno o poco più e non oltre la morte di Lorenzo il Magnifico (1492), signore e padrone della "scuola".
(in foto: Antonella Brogi, docente di restauro supporti cartacei presso Palazzo Spinelli, Firenze)
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