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Libera nos a Malo: don Tarcisio di Luigi Meneghello

1 Settembre 2009
(tratto da: Maestri di Luigi Meneghello; Editore BUR, MIlano, 2009)


Ho riletto il diario del prete che fu mio maestro in quarta e in quinta, don Tarcisio, intitolato
Malo durante il periodo della guerra, dal 1914 al 1920. Da queste modeste annotazioni emerge abbastanza vivamente, almeno per me, il paese di allora, quello dove arrivò mia madre profuga da Udine nel 1917. C'è l'atmosfera della guerra con gli scoppi e i lampi sul balcone dei monti qua attorno, e l'andare e venire dei militari, le morti al fronte, i profughi, le coltellate nelle osterie; poi i comitati d'assistenza, i necrologi, le funzioni religiose, le comunioni in folla (fino a 6.000 in un giorno). Si accenna anche al "collegio" ospitato per qualche tempo nella casa di contrà Grisa ("via Grisi") che era stata di mio nonno: era naturalmente "a servizio soltanto dei soldati". Si sente un paese molto più all'antica, molto più conscio della distinzione tra i notabili - le persone titolate, o facoltose, o istruite - e gli altri: ma in un'atmosfera che qui appare bonaria.

Il mio maestro insegnava già allora, e in teoria proprio nelle "Scuole" dov'era ora il Municipio, le nostre Cumunali, don Tarcisio prima di incominciare il dettato ci diede degli avvertimenti usando tra le altre la parola "avvezzi" che non avevamo mai udita; ma con tanto garbo che la capimmo.
Era lustro, grasso, colto, cortese; aveva capelli non più folti ma ancora scuri che pettinava e lisciava con cura. Non era un prete paesano, rappresentava tra noi una civiltà urbanizzata e modestamente raffinata. Un certo agio onesto, un amore onorevole della buona cucina, dei sigari, dei viaggi, un parlare fino ma naturale. C'è un suo diario di viaggio in Palestina, intitolato
Jerusalem! e uno studio molto ben fatto sulla Madonna incinta che abbiamo in Castello. Si sentiva in lui una vena bonaria, tollerante, colta, di un cattolicesimo quietamente modernizzato.

D'estate andava ai bagni di mare sulla costa toscana; in paese alla sera andava talvolta in visita al Conte, in coppia col serafico don Antonio che faceva anche lui il maestro.
Ci insegnò tante cose; le prime che si presenteno alla memoria sono certi
obiter dicta, come quello che la riproduzione sessuale è una cosa perfettamente normale in natura, e l'altro che non si trasgredisce al precetto dell'astinanza mangiando di venerdì insalatuzze con pezzetti di lardo, perchè il condimento non fa carne. Ci leggeva dei racconti, e ricordo che quando finì Dagli Appennini alle Ande aveva gli occhi gonfi. Ci leggeva inoltre le storie in dialetto di Fric Froc e Santuciarèla che ci parevano anch'esse irresistibili.
Imparavamo a mano a mano a scrivere e ance a parlare in lingua, aiutandoci coi libri stampati. "Nella casa del balilla Vittorio, di propriamente oziosi non c'era nessuno." Vuol dire che la casa era del tutto vuota: propriamente oziosi è un sinonimo fine di davvero. dava piacere provarlo nella vita ordinaria.

<Sei già stato a messa?>
<Si zia.>
<Davvero?>
<Propriamente-oziosi.>
Le zie un pò all' antica, non apprezzavano.

Io e Mino, compagni di banco, imparavamo con le braccia conserte. Facevamo anche le bolle con la saliva: Mino ne faceva di bellissime, io un pò meno. Don Tarcisio ci vide e disse: <Fate schifo>, così io smisi del tutto, e Mino ne faceva solo qualcuna di piccola, di straforo, risucchiandole rapidamente quando il maestro si voltava.
Eravamo nella fila centrale dei banchi, press'a poco a metà della della fila: era proprio come essere in mezzo alla società del paese, dietro di noi c'erano bovai cartolai falegnami, davanti pittori orfani tabacchini: tutte le condizioni sociali erano rappresentate, tutte le contrade e anche le frazioni.

L'odore dei bambini varia col ceto e la provenienza, come variano alcune abitudini e modi di vestire. L'odore delle bambine differisce da quello dei bambini; uscita la scolaresca, si potrebbe sapere se è una classe mista, e quanto.

(in foto Edouard Artzner: Pates de foie gras STRASBOURG)



Effimero percorso storico (1) di Glauco Lendaro

1 Agosto 2009 (tratto da Melaìon, di Glauco Lendaro edito da Manni editore; San Cesario di Lecce, 2004)

Nell'impartire l'educazione presso gli ebrei l'insegnantegiovane veniva definito "uva acerba", l'anziano "uva matura" o "vino vecchio". Si preferiva di solito l'uomo dal sapere profondo all'uomo dal sapere vasto, per la semplice ragione che "chi molto afferra nulla afferra". In buona sostanza allora si preferiva, in tema di specializzazione, l'insigne Maestro alla moltitudine dei mediocri.
Ancora presso questi popoli, come massima, l'insegnamento era impartito gratuitamente, una formula presente anche durante il Medio Evo. Qualche dono, qualche compenso in natura e di quanto in quanto al maestro venne riconosciuto il suo "lavoro intellettuale" e remunerato con piccole elargizioni. Un tempo forse superato.
Suggestioni, fascino, altri tempi Forse, ma resta insuperato lo spirito di chi si offriva avendone i numeri e vocazionalmente parlando.
Sempre confortato dalla storia mi spingo a trovare l'inizio delle cose. E' sempre in Palestina che compare per la prima volta il termine "accademia" (Jeshibàh) che in origine significa
il seggio del Maestro, il collegio dei Dotti.
Fu solo con l'occupazione araba che nacque il "gaonato" (Gaòn) ovvero l'
Eccellenza. Un termine tanto in uso, ora come allora, per distinguere la preminenza, la superiorità, il primato dalla mediocrità, grossolanità, inferiorità per le cose che eccellenti non sono.
In Babilonia gli studenti iscritti venivano spesso mantenuti dal capo dell'Accademia e a sua volta riceveva offerte volontarie per se e per la sua famiglia. Le istituzioni invece traevano i loro proventi da una imposta fissa sulla vendita della carne (erano chiamate "propine" o "polpine"). Di sicuro qualche attuale zelota deve aver letto tutto ciò per inventare quall'ipotetico provento per le nostre attuali accademie, tassando l'editoria a luci rosse... altra carne, altre "polpine".
Se è vero come è vero che queste "scuole" di pensiero cessarono di esistere verso la fine del XVIII secolo, altre, nel frattempo, sorsero con altri interessi insegnando discipline umanistiche e persino "scienze profane". GIà nel Medio Evo in Puglia ne esistevano ben tre: Bari, Otranto e Oria, frequentate da studenti provenienti dalla Turchia e dalle isole del Mediterraneo. Oggi nel numero e nei luoghi quasi si ricompone la stessa geografia, è la storia che si ripete. Il declino di queste "accademie" ebbe inizio già verso la metà del XVI secolo lasciando ampio spazio a ciò che chiameremo, sin dal tardo Medioevo, "università" e o "corporazioni" di maestri e studenti. E poi ancora "scuole" a mò di bottega, antagoniste delle
università e delle associazioni di Arti e Mestieri. La diatriba e i distinguo erano iniziati.
Con la famiglia nobile dei Medici nacque una "scuola" da un deposito di "anticaglie" di lusso e "molti disegni, cartoni e modelli". Era il tempo di Lorenzo e le opere conservate erano poi quelle di Donatello, Brunelleschi, Masaccio, Uccello, Angelico e Filippino Lippi. Un "materiale didattico di tutto rispetto" trattandosi di originali.
La "scuola", come racconta Vasari, ebbe la sua prima guida nel vecchio Bertoldo di Giovanni, scultore e medaglista fiorentino e forse aiuto di Donatello. Era la fine del XV secolo e l'eletta compagine già contava un bel numero di studenti, di futuri grandi artisti. Fu necessaria questa istituzione per l'assenza sulla scena di grandi Autori celebrati e nobili, anche se a corte operavano "pittori di pregio", con le loro rispettive botteghe.
Furono tanti gli "eminentissimi" pupilli di Bertoldo e l'Accademia del Disegno (così venne denominata nel 1563) patrocinata da Cosimo I e con l'ausilio del Bronzino, unitamente a quello spirito pratico che fu il Vasari, si distinse in Europa e raggiunse il suo scopo: quello di capire e far capire il necessario dstinguo fra arte e mestiere.
Dopo qualche tempo fu ancora il Vasari a scrivere della "Scuola del Giardno" e fu proprio nella prima edizione delle "Vite" che il noto critico e pittore classificò, in modo poco lusinghiero, il "maestro" Bertoldo, primo responsabile, quale "custode o guardiano" del casino presso S. Marco. Una nota parzialità del Vasari.
A Firenze nel 1489 il quindicenne Michelangelo, che espresse il desiderio di dedicarsi al disegno era "bene spesso battuto" dal padre e dagli zii, ed è il Condivi ad aggiungere un "stranamente", volendo significare la gravità delle busse. Sempre gli stessi considerarono quella di Michelangelo una "vergognosa" attitudine. Il padre cedendo alle richieste del figlio annota così i termini contrattuali che intervennero con i maestri: "Ricordo, questo dì primo aprile, come io Lodovico di Lionardo di Buonarota acconcio Michelagnolo mio figlio con Domenico e Davit di Tommaso di Currado (Ghirlandaio) per anni tre prossimi a venire; con questi patti e modi: ch'el detto Michelagnolo debba stare con i sopradetti detto tempo e imparare a dipingere, et a fare detto essercizio, e ciò i sopradetti gli comanderanno; è detti Domenico e Davit gli debbon dare in questi tre anni fiorini 24 di suggello: el primo anno, fiorini 6; del secondo anno, fiorini 8; del terzo, fiorini 10". Poi le cose andarono diversamente e l'accordo durò solo un anno o poco più e non oltre la morte di Lorenzo il Magnifico (1492), signore e padrone della "scuola".

(in foto: Antonella Brogi, docente di restauro supporti cartacei presso Palazzo Spinelli, Firenze)


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